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FIORENZO FACCHINI - Quando l'Homo sapiens inventò la cultura

Tratto da "Avvenire" - 2 novembre 2008

 

Il momento esatto del «salto» dagli ominidi all'uomo creatore di pensiero interroga alle basi molte branche della scienza, dalla paleoantropologia alla filosofia. Misurare solo il volume cranico non basta: che cosa è stato il «quid» che ha fatto la differenza?

 

Ma oggi non ci si può nascondere le possibilità di un'autodistruzione. L'uomo troppo «sapiens» diventa ipso facto «demens», ha osservato Morin. E questo non sarebbe un cambiamento di rotta rispetto al corso dell'evoluzione?

 

Il comportamento dell'uomo è caratterizzato dalla cultura. Ma sul concetto di cultura vi sono pareri diversi. C'è chi la estende a tutto quello che non è geneticamente determinato, ma appreso in qualunque modo, un comportamento che può riconoscersi in molti animali, ma non è specifico dell'uomo. Altri autori legano il concetto di cultura alle manifestazioni artistiche e spirituali e al linguaggio riconosciuti in Homo sapiens degli ultimi centomila anni. Questo modo di vedere riflette una concezione molto ristretta della cultura. Infatti anche i prodotti della tecnologia, quando presentano un carattere progettuale e denotano capacità simbolica, rivelano un pensiero riflesso indicando il superamento della soglia umana. Certamente se ci si riferisce alle espressioni materiali della cultura è meno agevole la identificazione dell'uomo alle origini. La tassonomia in uso riferisce al genere Homo diverse specie fossili, ma non può essere assunta come criterio di riconoscimento dell'uomo. Un reperto attribuito in base alle caratteristiche anatomiche al genere Homo non comporta, di per sé, che esso rappresenti l'uomo in senso filosofico, cioè un ominide pensante. In paleoantropologia l'identificazione delle specie è problematica, perché ci si basa su caratteri morfologici dello scheletro. Ma quando ci si trova di fronte a reperti scheletrici associati a prodotti che manifestino una lavorazione sistematica e innovativa è ipotizzabile la presenza dell'uomo a qualunque livello morfologico evolutivo sia da riferire il reperto. Ciò che distingue la tecnologia umana da quella non umana (anche quella riferita alle Antropomorfe e agli Australopiteci) è la complessità delle operazioni con cui si realizza, e più ancora la capacità di fabbricare strumenti per farne altri e quindi di innovare la tecnica (Bergson), come pure il significato che il prodotto assume nel contesto di vita.

La cultura strumentale rivela un simbolismo che abbiamo proposto di chiamare funzionale, distinguendolo dal simbolismo espresso dal linguaggio (simbolismo sociale) e da quello spirituale, rappresentato dalle espressioni artistiche e religiose, non legate a strategie di sussistenza. Sul piano fenomenologico la cultura rivela una discontinuità rispetto alle forme non umane, quale che sia la ragione ultima e la natura di tale discontinuità. Tale discontinuità, che si rivela anche nelle manifestazioni tecnologiche più semplici, con il passare del tempo si fa più evidente e diventa più facile l'attribuzione a un essere umano, ma l'attitudine alla cultura può essere riconosciuta anche nelle sue espressioni più semplici, a partire da quella su ciottolo. A parte le difficoltà nella identificazione del livello evolutivo in cui porre la soglia umana, le implicazioni della cultura nella visione evolutiva dell'uomo possono essere considerate a vari livelli, pur essendo interconnesse fra di loro.

SUL PIANO PALEOANTROPOLOGICO

Le capacità cognitive espresse nella cultura sono in relazione con lo sviluppo del cervello. Il processo di cerebralizzazione rappresenta un trend evolutivo riconoscibile nei Mammiferi e, nel loro ambito, alla direzione evolutiva dei Primati che si afferma negli Ominoidei, poi negli Ominidi per raggiungere la sua espressione più alta in Homo sapiens. Tra i differenti fattori della cerebralizzazione viene ipotizzata la cultura tecnologica.

SUL PIANO EVOLUTIVO
La cultura entra nei meccanismi evolutivi della specie. Per mezzo della cultura l'uomo si adatta all'ambiente e adatta l'ambiente a sé. Di conseguenza rallenta la selezione naturale. Ciò può impedire l'isolamento genetico necessario per la speciazione, anche se qualche differenziazione morfologica può realizzarsi a livello microevolutivo, come si osserva nella genetica di popolazioni. Di qui la difficoltà di identificare le specie nel processo della ominizzazione. Alcuni autori (Ferembach, Jelinek, Coppens, ecc.) preferiscono parlare di gradi o stadi morfologici più che di specie. In paleoantropologia le specie sono supposte, non dimostrate.


SUL PIANO ECOLOGICO
La nicchia ecologica è definita non solo dall'habitat, ma anche dall'adattamento strutturale e funzionale all'ambiente. Nel caso della specie umana la cultura influenza l'adattamento e possiamo emblematicamente parlare della cultura come nicchia ecologica dell'uomo.

SUL PIANO FENOMENOLOGICO
La discontinuità espressa dalla cultura non comporta solo una differenza rispetto alle proprietà e alle regole del mondo animale, ma rappresenta un nuovo comportamento espresso dalla capacità progettuale e dalla simbolizzazione. In modo particolare lo psichismo riflesso, il linguaggio simbolico, la libertà sono tipici ed esclusivi dell'uomo. Essi sono da considerarsi proprietà extrabiologiche e sono documentati anche dai prodotti della tecnologia. L'uomo con il suo comportamento dimostra una coscienza soggettiva e capacità di autodeterminazione.

SUL PIANO FILOSOFICO
La natura della discontinuità, rappresentata dalla intelligenza astrattiva, dall'autocoscienza e dalla libertà, chiama in causa la dimensione spirituale. Se la materia diventa pensante (Coppens), si può parlare di una differenza qualitativa in confronto con gli animali per le qualità mentali, e non di differenza di grado come invece affermava Darwin. Giovanni Paolo II parla di ' salto ontologico' nella comparsa dell'uomo. Se sul piano fenomenologico la discontinuità appare a distanza e nell'insieme delle espressioni culturali, sul piano filosofico la discontinuità va ritenuta radicale e puntuale, quali che siano le sue espressioni culturali. Tuttavia il momento in cui l'ominide prende coscienza di sé non può essere rappresentato con le scienze empiriche. Le manifestazioni culturali non possono dimostrare il momento del raggiungimento della soglia umana, ma soltanto se la soglia umana si può considerare raggiunta. Ma sul livello evolutivo in cui è comparsa la forma umana, non c'è unanimità di pareri.

SUL PIANO COSMOLOGICO
Alcuni scienziati astrofisici hanno proposto il principio antropico, secondo il quale le costanti fisiche si sono formate per rendere possibile la comparsa di osservatori intelligenti (espressione forte del principio antropico) oppure sono tali da permettere lo sviluppo di osservatori intelligenti (espressione debole). A questo riguardo Nicolò Dalla Porta ha osservato che l'espressione forte non è dimostrabile e che l'espressione debole assume il carattere di una congruenza più che di prova. Tuttavia, al di là dei problemi sollevati dal principio antropico, attraverso il pensiero e la coscienza dell'uomo è tutto l'universo che si fa cosciente.

SUL PIANO MORALE ED ETICO­SOCIALE
Nel corso dell'ominizzazione, con la comparsa delle prime forme umane, inizia un processo di umanizzazione attraverso la cultura (Martelet). Infatti la cultura interviene nel rapporto dell'uomo con l'ambiente che viene trasformato e reso più adatto all'uomo mediante le tecnologie, lo sviluppo di sistemi simbolici di comunicazione e la crescita di socializzazione. Teilhard de Chardin parla di planetizzazione. Le attività cognitive dell'uomo portano a riconoscere valori che vanno perseguiti nella libertà. Ciò chiama in causa le responsabilità dell'uomo e della società anche nel fissare codici morali, che non possono essere visti come prodotti della evoluzione biologica, ma della evoluzione della cultura (Dobzhansky, Ayala).

L'unicità dell'essere umano nel mondo vivente deriva dalla sua attitudine cognitiva, dalla capacità di porre domande su di sé, sul passato, sul futuro, dalla libertà delle scelte. La costruzione del futuro chiama in causa le responsabilità dell'uomo nell'uso della scienza e della tecnica. Non ci si può nascondere le possibilità di un'autodistruzione. L'uomo troppo sapiens diventa ipso facto demens, ha osservato Morin. Ma questo non sarebbe un cambiamento di rotta rispetto al corso dell'evoluzione?